L’Europa contro gli aborti forzati cinesi
La notizia dell’aborto forzato al settimo mese di gravidanza subito lo scorso mese da una donna della provincia dello Shaanxi, forse perché diffusa dal Web come mai in precedenza, ha convinto il Parlamento europeo a prendere posizione sulle politiche coercitive di controllo della popolazione in Cina. Il 5 luglio scorso l’assemblea di Strasburgo ha votato una risoluzione che esprime “forte condanna” della pratica dell’aborto forzato in Cina, spesso usato in modo selettivo per eliminare le femmine.
14 AGO 20

La notizia dell’aborto forzato al settimo mese di gravidanza subito lo scorso mese da una donna della provincia dello Shaanxi, forse perché diffusa dal Web come mai in precedenza, ha convinto il Parlamento europeo a prendere posizione sulle politiche coercitive di controllo della popolazione in Cina. Il 5 luglio scorso – a meno di una settimana dall’inizio, previsto per domani a Londra, della kermesse internazionale sulla pianificazione familiare voluta dalla Fondazione Gates – l’assemblea di Strasburgo ha votato una risoluzione che esprime “forte condanna” della pratica dell’aborto forzato in Cina, spesso usato in modo selettivo per eliminare le femmine. “La pratica ha creato disequilibrio tra il numero degli uomini e delle donne, con un impatto negativo sull’intera società cinese”, si dice nella risoluzione.
L’Unione europea “ha fornito e fornisce ancora fondi alle organizzazioni coinvolte nelle politiche di pianificazione familiare in Cina”, dice il documento, che invita la Commissione europea a “garantire che il finanziamento dei progetti non sia in contrasto con l’impegno del Parlamento europeo contro il controllo coercitivo della popolazione”. Sia l’Unfpa (United Nations Population Fund) sia l’Ippf (International Planned Parenthood Federation), entrambi ben foraggiati dall’Ue, lavorano infatti a fianco della Cina nella gestione delle politiche di controllo demografico, che come è noto sono basate sulla legge del figlio unico obbligatorio. E tengono gli occhi chiusi o pudicamente rivolti altrove, di fronte alle sterilizzazioni coatte, agli aborti forzati, alla persecuzione fatta di multe, galera, perdita del lavoro, di chi trasgredisce le regole. Proprio ieri, l’agenzia Asianews ha raccontato di un altro aborto forzato al settimo mese inflitto a una donna del Fujian, già madre di due figli, nonostante il marito avesse già pagato una multa esosa. Un’altra orribile storia che si aggiunge alle tante rimaste senza eco (si calcola che siano nell’ordine dei milioni gli aborti forzati che avvengono ogni anno in Cina) ed emersa perché la coppia ha denunciato i funzionari della pianificazione. Chissà se a Londra i volenterosi filantropi antinatalisti troveranno il modo di parlare anche di questo.